Venezia, 02 ottobre 2026 – Diario 02
Sintesi: A settantacinque anni, dopo la grave crisi cardiaca del 2023, mi trovo ad affrontare un nuovo e complesso percorso terapeutico. Il corpo, ancora una volta, mi impone di fermarmi e di ascoltare, mentre gli accertamenti aprono domande alle quali oggi non posso ancora dare risposta. La paura e l’ansia accelerano il percorso, ma la mia razionalità mi chiede di non anticipare ciò che ancora non conosco. Aspettare, ascoltare e affrontare un passo alla volta: senza aspettative, ma senza demordere.
Ho scritto sul mio diario n° 01, qualche minuto fa:
«Dopo aver superato con straordinaria forza una gravissima crisi cardiaca nel 2023 – due infarti consecutivi e il successivo posizionamento di sette stent coronarici – oggi, a settantacinque anni, mi trovo ad affrontare un nuovo e complesso percorso terapeutico.
Lo scrivo così, quasi fosse una comunicazione.
Ma non lo è.
Perché dietro queste parole ci sono un corpo che continua a parlarmi e una mente che, come sempre, cerca di capire che cosa stia dicendo.
Forse è inevitabile.
Quando il corpo diventa improvvisamente protagonista, la razionalità cerca di riprendere il controllo. Elenca, ordina, collega, interpreta.
Ed io non faccio eccezione.
I recenti accertamenti diagnostici – ecografia, scintigrafia, risonanza magnetica, TAC e numerose analisi sanguigne – hanno evidenziato una serie di problematiche urologiche e chirurgiche tra loro correlate.
Un forte ingrossamento della prostata, con noduli meritevoli di approfondimento (PI-RADS 4); un calcolo vescicale; un’ernia inguinale; oltre a una piccola formazione, benigna e isolata, vicino alla colonna vertebrale, indicata come sospetto schwannoma.
Detto così, sembra quasi di leggere l’indice di un manuale di patologia.
Ma questo non è un manuale.
È il mio corpo.
E allora ritorna la domanda che mi accompagna da sempre:
cosa mi sta succedendo?
Il corpo non è soltanto il corpo
Nel Diario 01 avevo provato a leggere il mio corpo come una mappa.
Non per sostituire la medicina con l’interpretazione, naturalmente.
La medicina deve fare il suo lavoro.
Ma anche io devo fare il mio.
Devo ascoltare.
Devo osservare.
Devo cercare di capire che cosa significa, per me, trovarmi improvvisamente dentro una situazione nella quale molte cose che fino a ieri sembravano sotto controllo oggi non lo sono più.
Il corpo, ancora una volta, mi costringe a rallentare.
E forse è proprio questa la cosa più difficile.
Perché sono abituato a fare.
A pensare.
A studiare.
A organizzare.
A prendermi responsabilità.
A sostenere.
A volte anche a prendere su di me ciò che appartiene agli altri, e – come si dice – ‘dio lo sa se l’ho fatto’!.
Avevo scritto che la mia unica priorità doveva essere io.
Oggi quella frase assume un peso diverso.
Non è più soltanto una scelta.
È una necessità.
La parola “controllo”
C’è una parola che continua a tornare: controllo.
Il controllo del corpo.
Il controllo della situazione.
Il controllo dell’ansia.
Il controllo delle informazioni.
Il controllo di ciò che ancora non conosco.
Ma c’è una contraddizione evidente.
Più cerco di controllare ciò che non conosco, più produco pensiero.
E più produco pensiero, più cresce l’attesa.
E l’attesa, quando riguarda il proprio corpo, ha una sua particolare fisicità, e pesa …
Non rimane nella testa.
Scende.
Si deposita.
Si fa tensione.
Forse è anche per questo che, in questi giorni, continuo a interrogarmi sul rapporto tra ciò che penso e ciò che il corpo manifesta.
Non ho una risposta.
E non voglio inventarmela.
Una nuova prova
L’équipe medica sta già coordinando i prossimi passi terapeutici e diagnostici.
A breve inizieranno con una biopsia prostatica e con gli ulteriori approfondimenti mirati.
Il quadro è complesso e richiede un approccio multidisciplinare, anche per la particolare attenzione clinica necessaria in relazione alla mia storia cardiologica.
Questo è il dato.
Il resto, per ora, appartiene al futuro.
Ed è proprio qui che devo esercitare la mia razionalità.
Non anticipare.
Non costruire scenari, per non crearmi anche aspettative, che generano ansia, se deluse.
Non trasformare un sospetto in una certezza.
Non trasformare una possibilità in una diagnosi.
Aspettare.
È una parola semplice.
Per me, non lo è affatto.
La paura
So che tra mercoledì e venerdì farò una nuova ecografia e una visita urologica.
La velocità con cui tutto si sta muovendo è anche frutto della paura.
Dell’ansia.
Lo riconosco.
E forse riconoscerlo è già un modo per non esserne completamente dominato.
Ma non pongo aspettative.
Queste sono morte nella mia razionalità.
Non significa che non mi interessi ciò che accadrà.
Al contrario.
Significa che non voglio decidere oggi quale sarà la risposta di domani.
Posso soltanto arrivarci.
Una pillola dura da ingerire
La situazione non è semplice.
Sarebbe sciocco fingere il contrario.
Ma ho già attraversato una situazione che, nel 2023, sembrava poter cambiare definitivamente la mia vita.
Due infarti consecutivi, in poche ore.
Sette stent.
E poi ancora la vita.
Lo studio.
La scrittura.
L’attività fisica.
Le persone.
Il pensiero.
Quello stesso pensiero che qualche volta è stato una risorsa e qualche volta, forse, un carico.
Oggi devo trovare un equilibrio diverso.
Non mi è richiesto di essere invulnerabile.
Mi è richiesto di esserci.
Di seguire il percorso che i medici stanno costruendo.
Di fare gli esami.
Di ascoltare.
Di aspettare.
E di non aggiungere al carico del corpo quello, inutile, delle mie anticipazioni.
È una pillola dura da ingerire.
Ma non ho alcuna intenzione di demordere.
Per ora non ho altro da dichiarare.
Soltanto questo:
il corpo parla.
Io sto imparando, forse ancora una volta, ad ascoltarlo.»
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