OTTOBRE 12, 2026

Diario 06 —Venezia, 11 ottobre 2026

Sintesi 06 — Dopo aver pubblicato i primi cinque diari, mi sono interrogato sulle reazioni di amici e conoscenti. Mi sembra che parlare di dolore, paura, ansia e solitudine sia meno facile che raccontare la gioia e il benessere. Ma la vita non può essere divisa semplicemente in argomenti positivi, dei quali parlare volentieri, e negativi, da evitare. Ripenso allora a quando, camminando in montagna, osservavo i burroni per riconoscerne i margini e non correre il rischio di cadere. Mio padre mi aveva insegnato che conoscere i rischi aiuta a evitare i pericoli. Forse anche il pensiero serve a questo: non a eliminare ogni incertezza, ma a imparare a guardarla. E mentre penso, mi accorgo che le paure si allontanano e che torna il desiderio di cercare, leggere, scrivere e innamorarmi della vita. Una passeggiata mattutina, gli angoli nascosti di Venezia e le meraviglie delle piante mi ricordano che il mondo è ancora lì, pronto a farsi scoprire.

Di che cosa possiamo parlare?

Oggi mi sono soffermato a pensare alle telefonate, ai messaggi, ai commenti sui social e alle mail che ho ricevuto da amici e conoscenti dopo aver pubblicato i primi cinque giorni del mio diario, sui social e sul blog di creaidea.it.

Sono state tante le manifestazioni di vicinanza, e ne sono grato. Ma, insieme alla gratitudine, mi è rimasta una curiosità: che cosa ha suscitato maggiormente l’attenzione di chi mi ha letto?

Mi pare che il giorno più seguito sia stato quello del 5 ottobre, il Diario 03, Il dolore, le sue forme e la ricerca di un senso. Il giorno successivo avevo affrontato anche il tema della malattia e della solitudine, cercando di capire come imparare a non abbandonare se stessi.

E allora mi domando: perché parlare del dolore, delle paure, dell’ansia, della depressione e della solitudine sembra, qualche volta, mettere a disagio?

Naturalmente non pretendo di sapere che cosa pensi ciascuno di coloro che mi leggono. Potrei sbagliarmi. È una mia impressione, nata dalle reazioni ricevute e dal confronto con le persone. Ma vorrei provare a capirla.

Finché racconto la mia storia, ciò che mi accade, le difficoltà che incontro, sembra che tutto sia più facilmente accettato. Quando, invece, provo ad affrontare alcuni temi che riguardano anche altri, ho quasi la sensazione di dover chiedere il permesso.

La gioia, lo star bene, la felicità, la serenità, il benessere: sono argomenti che accogliamo volentieri. Ma se proviamo a riflettere su qualcos’altro, su ciò che ci inquieta o ci fa soffrire, l’accoglienza può diventare più difficile.

Ancora una volta, sembra che il mondo si divida in due: da una parte ciò che è positivo, dall’altra ciò che è negativo.

Dei primi parliamone. Dei secondi: «No, grazie!».

Ma la vita reale non funziona così. O, almeno, non funziona soltanto così.

Non possiamo scegliere di incontrare esclusivamente ciò che ci piace. E non possiamo comprendere la nostra esistenza se decidiamo, in partenza, di non guardare ciò che ci disturba.

Non sto dicendo che dobbiamo indugiare nel dolore, né che sia necessario parlarne sempre. Ci sono momenti in cui abbiamo bisogno di leggerezza, di riposo, di una parola gentile o semplicemente di silenzio.

Ma c’è differenza fra concedersi una pausa e chiudere gli occhi.

È proprio questa differenza che vorrei provare a esplorare.

Desideri, sogni e paure

Nei miei appunti avevo scritto una frase che può sembrare un paradosso:

Lo star bene è un desiderio, lo star male è un sogno.

Mi rendo conto che occorre fermarsi un momento, perché non è una distinzione immediatamente comprensibile.

Quando penso allo star bene, penso a ciò che desidero: recuperare le forze, ritrovare un equilibrio, tornare a fare quello che mi piace, incontrare persone, leggere, scrivere, progettare. Sono desideri che nascono anche da ciò che ho vissuto, da ciò che mi è mancato e da quello che vorrei ritrovare.

Li proietto nel futuro. Spero che si realizzino, ma non posso sapere se e quando accadrà. Sono possibilità, non fatti.

E poi ci sono i sogni, quelli che arrivano di notte mentre dormiamo. Non sempre sono piacevoli. Qualche volta diventano incubi, popolati da mostri che sembrano incredibilmente reali proprio mentre li stiamo vivendo.

Il futuro che desideriamo è un futuro nel quale vorremmo entrare; quello che temiamo è un futuro dal quale vorremmo tenerci lontani. Eppure entrambi appartengono all’immaginazione, alla capacità della mente di anticipare ciò che ancora non conosciamo.

Forse, allora, il problema comincia quando confondiamo le possibilità con la realtà: quando consideriamo già accaduto ciò che temiamo, oppure scambiamo ciò che desideriamo per qualcosa che ci sia dovuto.

Il futuro rimane un’incognita. Non possiamo eliminarla costruendo anticipatamente tutte le risposte.

Mio padre ripeteva spesso:

«Finché c’è vita c’è speranza».

Ma poi aggiungeva:

«… ma la speranza non è vita!».

Una frase che mi ha sempre fatto riflettere.

La speranza può sostenerci, aiutarci a proseguire, tenerci aperta una possibilità. Ma non è la vita stessa. Non la sostituisce e non ci garantisce ciò che aspettiamo.

Se la speranza non diventa un modo di abitare il presente, rischia di lasciarci sospesi in un domani che non arriva mai.

E lo stesso può accadere alla paura. Se le concediamo tutto il nostro spazio, il futuro che temiamo comincia a occupare anche il presente, benché non sia ancora accaduto.

Ecco perché, per me, non è inutile parlarne. Al contrario: è necessario provare a distinguere ciò che accade da ciò che immaginiamo possa accadere.

Non per vivere senza paura, ma per non consegnarle in anticipo la nostra vita.

In montagna guardavo i burroni

Quando andavo in montagna, avevo una brutta abitudine, almeno secondo alcuni: osservavo i baratri, i burroni, i punti nei quali il terreno si interrompeva bruscamente.

Volevo capire dove cominciassero, dove si nascondessero, come si presentassero lungo il percorso. Non lo facevo per il gusto di guardare il vuoto. Volevo riconoscere il pericolo, per evitare il rischio di cadere.

Anche in questo caso tornava la voce di mio padre:

«Se conosci i rischi eviti i pericoli!».

Aveva ragione. E non ero il solo a pensarla così. Anche alcuni vecchi montanari condividevano il mio modo di osservare e valutare le situazioni.

Per camminare in sicurezza non basta guardare il sentiero che abbiamo sotto i piedi. Qualche volta occorre alzare gli occhi, osservare il terreno, riconoscere ciò che potrebbe metterci in difficoltà.

Non significa diventare prigionieri del pericolo. Significa imparare a distinguere un passaggio sicuro da uno rischioso.

Perché dovrebbe essere diverso quando affrontiamo la vita?

Se parliamo di malattia, di solitudine, di paura o di sofferenza, di ansia o di fobie non significa necessariamente che vogliamo restarci dentro. Possiamo farlo proprio perché desideriamo capire che cosa ci sta accadendo, riconoscere i nostri limiti e trovare un modo per attraversare quel tratto di strada.

Guardare un burrone non significa volerci cadere.

E guardare il dolore non significa desiderare di soffrire.

Mi sembra un passaggio importante. Non tutto ciò che osserviamo deve diventare una minaccia; non tutto ciò che nominiamo deve dominarci. A volte, al contrario, dare un nome alle cose è il primo modo per non esserne completamente dominati.

Certo, conoscere i rischi non ci mette al riparo da ogni imprevisto. In montagna si può cadere anche dopo aver valutato attentamente il percorso. Nella vita possiamo incontrare eventi che non avevamo previsto e per i quali nessuna preparazione è sufficiente.

Ma l’incertezza non è una buona ragione per rinunciare a conoscere.

Cercare non vuol dire trovare

C’è un’altra questione che mi accompagna da sempre e che mi torna in questi momenti.

Cercare non vuol dire necessariamente trovare. Ma cercare può voler dire sapere: sapere che cosa stiamo osservando, che cosa non conosciamo, quali domande dobbiamo ancora porci.

Il sapere vero, però, costa.

Costa fatica, memoria, ragionamento, applicazione, tempo. Richiede impegno, perseveranza e umiltà. Richiede anche la disponibilità a riconoscere gli errori, a tornare sui propri passi, a rivedere un’idea che ci sembrava giusta.

Forse è proprio questo il punto: conoscere non significa accumulare risposte, ma accettare la fatica di interrogarsi.

E oggi ho l’impressione che questa fatica ci pesi sempre di più. Vorremmo risposte rapide, possibilmente rassicuranti, capaci di mettere ordine in poche parole anche in ciò che ordinato non è.

Ma la realtà non sempre si lascia semplificare. E il pensiero, quando è autentico, non ci risparmia necessariamente le domande: qualche volta ce ne consegna di nuove.

Io, almeno, continuo a funzionare così.

Dormo tre o quattro ore per notte, rigorosamente, da quando sono nato. Il che significa che, rispetto a chi dorme regolarmente sette o otto ore, mi ritrovo con tre o quattro ore in più di veglia.

Non so se sia un vantaggio. So che è il mio modo di vivere e che, nel bene e nel male, mi lascia parecchio tempo per pensare.

E allora penso. Forse, per qualcuno, anche troppo.

Del resto, come avrebbe detto mio padre: «… se abbiamo un cervello, dovremo pur usarlo. Servirà a qualcosa!».

Cerco di usarlo anch’io. Non sostengo di farlo sempre bene. Posso ragionare bene per una parte del tempo e male per un’altra; potrei persino concedere al pensiero buono e a quello cattivo una divisione del cinquanta per cento.

Ma, con tutte le ore che ho a disposizione, mi resterebbero comunque almeno dieci ore di pensiero-bene.

Lo so: non è un ragionamento scientifico. E non sto proponendo una nuova unità di misura dell’intelligenza!

È soltanto il mio modo, un po’ ironico, di dire che continuo a esercitare il pensiero. E che non vorrei rinunciarvi proprio adesso.

Non ne faccio nemmeno una questione di qualità, almeno in questo calcolo un po’ strampalato. Mi interessa la quantità del tempo che gli dedico, la possibilità di tornare su una questione, di leggerla da un’altra parte, di cercare un collegamento che prima mi era sfuggito.

Perché il pensiero, come tante altre cose, ha bisogno di esercizio.

Quando il pensiero restituisce spazio

E qui arriva la sorpresa.

Mentre riflettevo su tutto questo, mi sono accorto che l’ansia, la paura, le mie paturnie e le mie fobie sembravano allontanarsi.

Non dico che siano scomparse per sempre. Non sarebbe vero e non voglio raccontarmi una storia rassicurante soltanto perché mi piacerebbe crederci.

Mi sono accorto, più semplicemente, che in quei momenti non ci pensavo.

La mia attenzione era altrove. Stavo cercando di comprendere, mettendo in ordine le idee, provando a costruire un ragionamento. E, per un po’, la paura non occupava tutto il campo.

Forse non è una soluzione definitiva. Forse è soltanto una tregua. Ma anche una tregua può avere valore, soprattutto quando ci permette di ricordare che dentro di noi esistono ancora altre possibilità.

È tornata la voglia di fare e disfare, di cercare e progettare, di leggere e scrivere, di ascoltare. E, sì, anche di innamorarmi della vita.

Non perché abbia trovato una risposta a ogni domanda. Non perché abbia risolto tutte le difficoltà che mi aspettano. Semplicemente, perché mi sono accorto di poter pensare anche ad altro.

Mi sembra una scoperta modesta, ma non lo è del tutto.

Quando la sofferenza si impone, rischia di diventare il centro attorno al quale ruota ogni pensiero. La malattia, l’incertezza, la paura del domani finiscono per occupare ogni spazio disponibile. E tutto il resto sembra perdere importanza.

Poi, qualche volta, accade qualcosa di diverso. Non necessariamente un grande evento. Può bastare un pensiero, una conversazione, una pagina letta, una passeggiata.

Qualcosa ci riporta fuori dal cerchio, al margine.

Non cancella ciò che ci fa soffrire, ma ci permette di riconoscere che non siamo soltanto quello che ci sta accadendo.

Forse è anche questo che sto cercando di imparare in questi giorni di sofferenza e difficoltà.

Una città, le piante, la meraviglia

Ieri, di primissimo mattino, ho indossato il «presidio medico-chirurgico» che mi è stato prescritto per aiutare a sostenere il corpo in modo rilassante e sono uscito a camminare per la città.

Vivo in periferia e mi sono portato al centro peer strade che non riconoscevo. Eppure, durante quella passeggiata, ho avuto la sensazione di scoprirla nuovamente.

È una città bellissima, addirittura artistica. Lo sapevo, naturalmente. Ma sapere qualcosa non è la stessa cosa che accorgersene.

Ho attraversato angoli che non conoscevo, o che forse avevo percorso senza guardarli davvero. Mi sono soffermato sulle piante esotiche: foglie stupende, vellutate, argentee, con venature che i primi raggi del sole sembravano esaltare.

Ho riconosciuto forme vegetali che avevo incontrato negli orti botanici e nelle foreste tropicali. Piante rampicanti, felci enormi, tappeti erbosi ancora fioriti, punteggiati da minuscoli punti violacei.

Mi sono fermato a osservare. Non avevo bisogno di dare un nome a tutto, né di classificare ogni pianta. Per una volta, potevo semplicemente guardare.

Ho incontrato anche due «pappagalli» che amoreggiavano su una comune palma di banano. E, poco dopo, ho intravisto un moscardino.

Piccoli incontri, forse insignificanti per chiunque altro. Per me, in quel momento, erano parte di una città che tornava a mostrarsi.

E mi sono chiesto quante cose passino davanti ai nostri occhi senza che ce ne accorgiamo. Quante meraviglie rimangano ai margini della nostra attenzione, mentre siamo occupati a pensare a ciò che manca, a ciò che temiamo, a ciò che potrebbe accadere.

Non voglio trarre da una passeggiata una lezione universale. Sarebbe troppo facile.

So soltanto che, ieri mattina, ero uscito con il mio corpo ancora bisognoso di attenzione e con le mie preoccupazioni ancora presenti. Ma, per qualche momento, non erano loro a decidere che cosa guardare.

C’erano le piante, la luce, gli animali, le forme della città. C’era il mondo, nella sua concretezza, che non aspettava una mia risposta per continuare a esistere.

E io ero lì, a incontrarlo.

Non smettere di guardare

Forse, ripensando a questi giorni, il filo che unisce le mie riflessioni è proprio questo: imparare a guardare.

Guardare il dolore senza lasciargli raccontare tutta la nostra storia. Guardare la paura senza confonderla con ciò che accadrà. Guardare i rischi, come facevo in montagna, senza trasformare ogni passo in una minaccia.

E guardare anche ciò che ci fa bene, che ci incuriosisce, che ci restituisce il desiderio di esserci.

Non penso che basti ragionare per stare meglio. Non sarebbe corretto dirlo, e so bene che la sofferenza non si lascia sempre raggiungere dalle parole. Ci sono dolori che chiedono cure, presenze, tempo e aiuto. Ci sono momenti nei quali il pensiero non riesce ad alleggerire nulla.

Ma continuo a credere che non dobbiamo rinunciare a interrogarci. Né dobbiamo vergognarci di farlo, soltanto perché le nostre domande riguardano argomenti scomodi.

Se conosco un rischio, non sono certo di evitare ogni pericolo. Ma posso almeno provare a riconoscerlo. Se cerco di capire ciò che mi accade, non è detto che trovi una risposta. Ma posso evitare di scambiare ogni paura per una certezza.

E se riesco a riportare lo sguardo su una pianta, su un animale, su un angolo della mia città, forse posso ricordarmi che la vita non coincide interamente con la mia sofferenza.

Resta una domanda, però.

Come possiamo imparare a guardare ciò che ci fa paura senza permettere che la paura ci impedisca di vedere tutto il resto?

Non ho una risposta definitiva. E forse non è necessario averla oggi.

La tempesta non è necessariamente finita. Ma ho superato uno scoglio e, qualche volta, riesco già a intravedere la rotta.

E io, come promesso, continuerò a fare la mia parte.

Non mollare mai. Ma imparare, ogni giorno, che cosa significa davvero non mollare.

Per questo sogno di innamorarmi ancora… almeno della Vita!


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