Venezia, 9 ottobre 2026 – Diario_05
Sintesi 05 — Non sto ancora bene, ma sto meglio di ieri e spero che domani vada meglio ancora. Dopo i giorni del dolore, dell’incertezza e della solitudine, oggi mi accorgo che intorno a me ci sono tante persone che si fanno presenti, ciascuna a modo proprio: con una telefonata, un messaggio, un ricordo, una parola. Sento il bisogno di ringraziarle, ma anche di chiedermi che cosa comporti questa vicinanza. Non sono un narcisista che vuole raccontare se stesso: scrivere il diario è un modo per mettere ordine nei pensieri e conservare la memoria di ciò che vivo. Ho superato uno scoglio della mia tempesta perfetta e ora intravedo una rotta. Mi aspettano altri passaggi, ma voglio affrontarli con umiltà e perseveranza, senza mollare. Resta, tuttavia, una domanda che non posso ignorare: “che cosa significa oggi prendersi cura di una persona, e quale responsabilità abbiamo quando la salute pubblica sembra non riuscire più a rispondere ai bisogni di tutti?”
Una giornata serena, finalmente
Non sto bene, ma sto meglio di ieri e spero che domani vada meglio ancora!
Mi piace cominciare così, con una frase che forse non è proprio elegante, ma che mi somiglia. Non voglio fingere che tutto sia risolto. Non sarebbe vero. Il percorso che mi aspetta è ancora complesso e il mio corpo continua a ricordarmi che non posso comportarmi come se nulla fosse accaduto.
Eppure, oggi è stata una giornata serena.
Una giornata piena di impegni che, uno dopo l’altro, sono riuscito ad assolvere, più o meno rapidamente. Pensavo di non avere tempo per me stesso e invece, a fine giornata, mi accorgo di aver agito proprio per me stesso e, come mi è stato confermato, anche per gli altri.
Ho parlato con molte amiche e molti amici: Francisca, Mario, Barby, Luciano, Grazia, Andrea, Silvia, Nico, Marta, Michele, Stella, Roby, Giorgio, Chiara, Franco… e tanti altri ancora.
Con Michele, in particolare, è stata una riscoperta e un piacere ritrovarsi dopo sedici anni, grazie al mio ultimo libro: “Il Margine – perché il papavero è rosso in un campo di frumento verde? La domanda che ti rende libero!”
La giornata, peraltro, non è ancora finita.
Mentre scrivo, mi fermo a considerare quello che è successo. Non ho fatto nulla di straordinario. Ho conversato, ascoltato, ricevuto parole e presenze. Eppure, dopo i giorni nei quali il dolore sembrava occupare ogni spazio, queste cose assumono un significato diverso.
Forse non è cambiato il mondo intorno a me.
Forse sono io che oggi riesco a guardarlo da una posizione un po’ diversa.
Nei diari precedenti ho raccontato il corpo che mi impone di rallentare, la mente che cerca di controllare ciò che non conosce, il dolore nelle sue diverse forme e la solitudine che si fa sentire soprattutto quando la giornata finisce.
Oggi non voglio rinnegare nulla di quanto ho scritto.
Ma voglio aggiungere qualcosa.
Perché il diario non deve essere soltanto il luogo nel quale deposito il peso delle mie difficoltà. Deve poter accogliere anche ciò che mi aiuta a sostenerle.
E oggi, fra le cose che mi aiutano, ci sono le persone.
Prima di continuare, grazie
Prima di andare avanti, voglio fermarmi e dire una parola semplice:
Grazie!
Grazie a tutte e a tutti.
A chi mi ha scritto: scripta manent, le parole restano. Conservo i vostri messaggi, archivio i vostri post, perché anche ciò che viene affidato alla scrittura può diventare memoria.
Grazie a chi mi ha chiamato: è pur vero che verba volant, le parole volano. Tuttavia le voci, quando arrivano nel momento giusto, lasciano qualcosa che non si esaurisce nella telefonata.
Grazie a chi mi fa sentire la propria presenza.
Grazie a chi mi pensa e trova il modo di farmelo sapere, anche con un piccolo segno sui social.
Non voglio stabilire graduatorie. Non voglio distinguere fra gesti grandi e gesti piccoli.
Una telefonata può richiedere tempo. Un messaggio può nascere da un pensiero improvviso. Un ricordo condiviso può riaprire una relazione che credevamo lontana.
Ogni gesto ha la propria misura e la propria storia.
Quello che conta, almeno per me in questo momento, è sapere che qualcuno si è fermato un istante a pensarmi.
Non è poco.
Quando si attraversa una malattia, si scopre quanto sia importante la presenza degli altri. Non soltanto quella fisica, che in certi momenti può essere difficile da garantire, ma anche quella che arriva attraverso una parola, un interesse sincero, la disponibilità ad ascoltare.
Nei giorni scorsi mi sono chiesto che cosa significhi sentirsi soli. Oggi non posso dire che quella domanda abbia trovato una risposta definitiva. La solitudine non scompare per il semplice fatto di ricevere dei messaggi, né il dolore si attenua necessariamente perché qualcuno ci è vicino.
Ma qualcosa può cambiare.
Possiamo sentirci meno isolati dentro ciò che stiamo vivendo.
Possiamo ricordarci che la nostra vita non coincide soltanto con il problema che stiamo affrontando.
E possiamo riconoscere che, anche quando siamo costretti a fermarci, esistono ancora fili che ci legano agli altri.
Per questo Vi ringrazio.
Non soltanto per quello che avete fatto, ma per quello che mi avete aiutato a riconoscere.
Non sono narcisista. O almeno, non credo di esserlo!
Più spesso è la mia professione che mi fa apparire così: ma il docente è al centro dell’aula e guarda gli studenti ed è guardato ed ascoltato (spesso spiato) nel suo essere e agire, e ciò ci condiziona, come l’attore nel palcoscenico.
Ho tanti amici che si sono prodigati e continuano a prodigarsi per me.
Molti, lo so, si sono impegnati a non lasciarmi solo in questo passaggio. E io li ringrazierò nel modo che sento più mio: impegnandomi a non mollare mai.
Sarò umile e perseverante, come mi è stato ricordato da un’amica di recente: grazie cara tvtb.
Cercherò di dare tutto me stesso, ma senza dimenticare ciò che ho scritto nei giorni scorsi: la perseveranza non può diventare un altro carico da aggiungere a quelli che già porto.
Non devo dimostrare di essere invulnerabile. Devo fare la mia parte, seguire il percorso che mi aspetta, rispettare i limiti che il corpo mi impone e non abbandonarmi alla paura.
Ma c’è una cosa che vorrei chiarire.
Chiedo scusa a chi si è seccato o annoiato del mio raccontarmi.
Può succedere. Non tutti hanno voglia di leggere le riflessioni di un uomo che parla di sé, dei propri dolori, delle proprie paure e delle proprie difficoltà.
Lo capisco.
Eppure, non sono un narcisista. Magari può sembrare, ma il diario l’ho sempre scritto.
Scrivere di sé non significa necessariamente mettersi al centro del mondo.
Può significare, al contrario, tentare di capire quale posto occupiamo nel mondo e che cosa ci sta succedendo.
È un modo per fermare il pensiero, osservarlo, riprenderlo in mano. Per distinguere ciò che è accaduto da ciò che abbiamo immaginato, ciò che sappiamo da ciò che ancora non sappiamo.
È anche un modo per non lasciare che le esperienze passino senza interrogarle.
Naturalmente, posso sbagliare. Posso interpretare male una situazione, dare troppo peso a un episodio, non accorgermi di un limite mio. Il diario non mi rende automaticamente più lucido o più giusto o più saggio.
Ma mi offre la possibilità di tornare su quello che ho scritto e di confrontarmi con esso.
E, se lo condivido, offre anche a chi mi legge la possibilità di riconoscersi, dissentire, riflettere o semplicemente passare oltre.
Non pretendo che tutti siano interessati.
Chiedo soltanto che il mio raccontarmi non venga confuso automaticamente con la volontà di attirare l’attenzione.
In questo momento scrivere è anche un modo per prendermi cura di me stesso.
E forse, se qualche riflessione può essere utile a qualcun altro, diventa anche un modo per restituire qualcosa.
La mia memoria, i foglietti e il computer
Chi è venuto a casa mia sa come funziona.
Prendo continuamente appunti.
Foglietti e post-it finiscono sulle scansie, sulle librerie, sui quadri, lungo le scale e in ogni altro spazio che riesca ad accoglierli.
Li appendo, li appoggio, li lascio dove mi capita di fermarmi a pensare. Poi, prima o dopo, ne riporto il contenuto nel diario.
Naturalmente, tutto questo avviene con la disperazione di Prasede, la donna di casa, che deve spolverare senza far cadere i miei preziosi reperti!
Anche questa è una parte della mia vita. Un po’ disordinata, forse, ma coerente con il mio modo di lavorare.
Un pensiero arriva, lo annoto. Una frase mi colpisce, la conservo. Un’esperienza mi pone una domanda, cerco di non lasciarla svanire prima di averla esaminata.
È il mio modo di provare e riprovare, di tornare sui passaggi che non mi convincono, di cercare collegamenti che sul momento non riesco a vedere, è il mio modo di aver fatto il “cercatore” per anni in quel ‘gabinetto universitario’.
Dopo l’infarto ho compiuto quello che considero ancora un sacrilegio: ho bruciato tutti i vecchi diari.
Mi pare di ricordare quarantasette fra agende e quaderni.
Quarantasette!!
Ripensandoci, mi domando ancora come abbia potuto farlo. In quelle pagine c’erano anni di pensieri, di date, di parole, di momenti vissuti. C’era una parte della mia storia.
Eppure, non tutto è andato perduto.
La memoria è rimasta.
Vero, Michele?
Ci sono date che ricordo, parole che tornano, episodi che continuano a vivere dentro di me. E ci sono persone con le quali basta riprendere un discorso per ritrovare un tratto della strada percorsa insieme.
Forse la memoria non è soltanto un archivio. È anche ciò che continua a lavorare dentro di noi, ciò che ci permette di riconoscere un’esperienza quando si ripresenta sotto un’altra forma.
Il computer, invece, non sempre mi aiuta. Ha una memoria che considero fra le più labili che conosca: applicazioni da aggiornare, spesso a pagamento, bugs, virus e altre amenità tecnologiche.
Qualche volta sembra soffrire persino lui di forme di senescenza o di Alzheimer!
Sorrido, naturalmente. Ma dietro la battuta c’è una considerazione che per me conta.
Gli strumenti possono aiutarci a conservare le informazioni, ma non sostituiscono interamente il lavoro della memoria. E soprattutto non sostituiscono il significato che attribuiamo a ciò che ricordiamo.
Un foglietto può contenere una frase.
Il diario può restituirle un contesto.
La memoria può collegarla a una persona, a un incontro, a un momento della vita.
E il pensiero può ancora chiedersi che cosa quella frase significhi oggi.
Forse è anche per questo che continuo a scrivere.
Non per accumulare pagine, ma per non perdere il filo.
Ho superato uno scoglio. Ora c’è una rotta
Nei giorni scorsi ho parlato di una ‘tempesta perfetta’.
Non era un’immagine costruita per rendere più drammatico il racconto. Era il modo in cui percepivo la concentrazione, in un periodo molto breve, di problemi di salute, dolore, incertezza e difficoltà nel gestire la vita quotidiana.
Ora posso dire di avere superato il momento più critico di questa fase.
Ho evitato lo scoglio.
Non significa che il viaggio sia terminato, né che il mare sia diventato improvvisamente calmo. Mi aspettano ancora accertamenti, decisioni e interventi da affrontare secondo il percorso clinico predisposto.
Ma ora intravedo una traccia.
Ho una rotta da seguire, conosco i passaggi che mi attendono e comincio a disporli in una cronologia.
Per uno come me, abituato a cercare, studiare, organizzare, mettere in relazione i fatti e individuare una direzione, questa possibilità ha un valore particolare.
Attenzione, però.
Nei primi diari ho cercato di capire quanto il bisogno di controllo possa trasformarsi in un peso. Non vorrei che la rotta diventasse una nuova pretesa di governare tutto.
Avere una traccia non significa conoscere già l’esito del viaggio.
Significa sapere quale sia il prossimo passaggio, senza pretendere di sapere come andranno tutti quelli successivi.
È una differenza che continuo a imparare.
Posso prepararmi, collaborare con i medici, rispettare le indicazioni, organizzare ciò che dipende da me.
Non posso anticipare ogni risultato.
Non posso trasformare ogni incertezza in una certezza soltanto perché ho bisogno di tranquillizzarmi.
E non devo confondere il fatto di essere più sereno oggi con la garanzia che domani sarà tutto semplice.
La serenità di oggi è già qualcosa.
Non occorre chiederle di diventare una promessa sul futuro.
Forse è proprio questo il senso dell’umiltà e della perseveranza di cui mi hanno parlato.
L’umiltà mi ricorda che non sono padrone di tutto.
La perseveranza mi ricorda che, nonostante questo, posso continuare a fare la mia parte.
E la gratitudine, oggi, mi ricorda che non devo necessariamente farla da solo.
Una nota polemica, che non riesco a tacere
E ora vorrei concedermi una nota polemica.
So che il tono cambia, ma non voglio nasconderlo. Anche questo fa parte di me.
A chi si è lamentato perché scrivo le mie sensazioni e, conoscendolo, so che non va a votare, vorrei dire: vada a votare e si vergogni!
La mia rabbia nasce da una convinzione precisa: la sanità pubblica è una responsabilità collettiva, non una questione che riguarda soltanto chi in questo momento ha bisogno di cure.
Quando ci troviamo ad affrontare una malattia, comprendiamo concretamente quanto siano importanti i servizi sanitari, le competenze professionali, gli esami, le strutture e il coordinamento fra le persone che devono assisterci.
E comprendiamo anche quanto la possibilità di curarsi non possa essere considerata un privilegio riservato a chi dispone di maggiori risorse.
La mia esperienza personale mi porta a guardare con particolare attenzione a questo tema. Ma non vorrei che la mia fosse scambiata soltanto per una protesta individuale, legata alle difficoltà che sto vivendo.
La questione è più ampia.
Una sanità pubblica efficiente, accessibile e competente è una conquista che richiede attenzione, partecipazione e responsabilità. Non possiamo ricordarcene soltanto quando abbiamo bisogno di una visita, di un esame, di un intervento o di un paio di mutande sanitarie.
Non basta lamentarsi.
Occorre informarsi, partecipare, scegliere consapevolmente e chiedere conto delle decisioni che riguardano tutti.
Naturalmente, le mie sono considerazioni che dovrebbero essere sostenute da dati, documenti e verifiche puntuali quando si entra nel merito di singoli fatti. Non voglio sostituire le prove con la rabbia, né trasformare un’impressione in una dimostrazione. Ma alcuni documenti li ho: ticket, scontrini, preventivi.
Ma non voglio neppure fingere indifferenza.
Se qualcuno desidera approfondire le mie osservazioni, sono disponibile a mettere a disposizione la documentazione che ho raccolto.
La polemica, per me, non dovrebbe essere il punto d’arrivo.
Dovrebbe essere l’inizio di una domanda, di un confronto e, possibilmente, di una verifica.
Altrimenti rimane soltanto rumore che si aggiunge ad altri ‘rumori’..
Non mollare, ma senza dimenticare gli altri
Arrivato a questo punto, mi accorgo che il Diario 05 è diverso dai precedenti.
Nei primi quattro ho cercato soprattutto di capire ciò che mi stava accadendo: il rapporto fra corpo e carico, la difficoltà dell’attesa, le diverse forme del dolore, la malattia e la solitudine.
Oggi, invece, mi sono trovato a guardare anche ciò che arriva dall’esterno.
Le persone che mi scrivono.
Quelle che mi chiamano.
Gli amici ritrovati.
I ricordi che riemergono.
La memoria che continua a custodire date e momenti anche dopo che i quaderni sono scomparsi.
Non voglio trarne conclusioni troppo rapide. Una giornata serena non cancella quelle difficili, così come la vicinanza degli altri non risolve automaticamente la paura o il dolore.
Ma oggi ho riconosciuto qualcosa che nei giorni precedenti rischiava di rimanere in secondo piano: non sono soltanto un uomo che ha bisogno di essere aiutato. Sono anche una persona che può ancora ascoltare, scrivere, ricordare, discutere, condividere e, quando ne ha la possibilità, essere utile agli altri.
Questo non significa tornare a caricarmi di tutto.
Significa imparare a vivere diversamente la reciprocità.
Ricevere senza sentirmi in debito per ogni gesto e chiedere scusa.
Ringraziare senza trasformare la gratitudine in un obbligo.
Continuare a dare, ma senza dimenticare che anch’io ho bisogno di cura.
E soprattutto non mollare, senza pretendere di essere sempre forte.
Ho quasi settantasei anni. La mia storia è lunga, ma non per questo è conclusa. Non so quanto tempo avrò davanti, né quale forma prenderanno i prossimi anni o i prossimi secondi. Non voglio inventarmi risposte.
So che ci sono ancora cose che desidero fare, libri che vorrei scrivere, pensieri da approfondire, persone da incontrare e domande che non hanno ancora trovato una forma soddisfacente.
Per il momento, mi basta riconoscere che posso continuare a occuparmene, un passaggio alla volta.
Con umiltà.
Con perseveranza.
Con gratitudine.
E con la responsabilità di non sprecare ciò che ancora posso vivere.
Domani riprenderò il mio percorso. Ci saranno nuovi appuntamenti medici, nuovi passaggi da affrontare e, probabilmente, altri momenti nei quali la mente cercherà di anticipare ciò che ancora non conosco.
Cercherò di ricordare la lezione di questi giorni: non devo risolvere tutto oggi.
Posso fare il prossimo passo.
Posso accettare una mano.
Posso anche dire grazie.
E posso continuare a scrivere, senza pretendere che tutti mi leggano e senza chiedere alle mie parole di avere sempre ragione.
Se questo diario avrà un senso per qualcuno, sarà forse proprio questo: ricordarci che raccontare la propria fragilità non significa rinunciare alla dignità, e che riconoscere il bisogno degli altri non ci rende meno autonomi.
Ci rende, semplicemente, più consapevoli della nostra condizione umana.
Per ora, dunque, grazie ancora a tutte e a tutti.
La tempesta non è necessariamente finita, ma ho superato uno scoglio e ora intravedo la rotta.
E io, come promesso, continuerò a fare la mia parte.
Non mollare mai.
Ma imparare, ogni giorno, che cosa significa davvero non mollare.
Per questo sogno di innamorarmi ancora … almeno della Vita!

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