Venezia, 6 ottobre 2026 – Diario 04
Sintesi 04 – A settantacinque anni, mentre affronto una fase complessa della mia vita, tra problemi di salute, dolore fisico e incertezza, mi trovo a riflettere su un’altra dimensione della sofferenza: la solitudine. Non quella scelta, che può diventare uno spazio di riflessione, ma quella che si fa sentire soprattutto nei fine settimana e al tramonto, quando il silenzio lascia emergere pensieri ed emozioni che durante il giorno riusciamo a tenere a distanza. La malattia può mettere in discussione la nostra autonomia e l’immagine che abbiamo di noi stessi, ma non esaurisce ciò che siamo. Attraverso l’umiltà e la perseveranza, cerco di comprendere come affrontare ciò che non posso controllare, senza rinunciare alla curiosità, alle relazioni e alla possibilità di dare ancora significato alla vita.

Una mente che non sa stare ferma

Una volta immerso nel pensiero, non è che io sappia stare immobile. Devo scavare. Non so stare fermo: la mente mi coinvolge e scende e sale, come una foglia all’alito di vento che monta.

È più forte di me.

Anche quando il corpo mi impone di fermarmi, il pensiero continua a muoversi, a cercare collegamenti, a interrogarsi. Forse è una risorsa, forse qualche volta è anche un peso. Ne ho già parlato nei diari precedenti.

Ma oggi voglio andare più a fondo.

Parto dalla malattia e dalla solitudine, soprattutto quella che avverto nei fine settimana e a ogni tramonto, non potendomi spostare. Ho voglia di superarle, di trovare un modo per attraversarle senza esserne sopraffatto.

Ho settantacinque anni. Non lo nascondo e non voglio neppure farne una giustificazione.

Vorrei affrontare questo momento con umiltà e perseveranza.

Due parole semplici, almeno in apparenza. Ma che cosa significano davvero quando il corpo fa male, il futuro è incerto e la mente continua a lavorare anche quando avrebbe bisogno di riposare?

Forse devo cominciare proprio da qui.

La malattia: quando il corpo cambia le regole

La malattia non colpisce soltanto il corpo.

Può mettere in discussione l’immagine che abbiamo di noi stessi.

«Prima facevo questo, ora non posso più».

Può introdurre una dipendenza dagli altri.

«Ho bisogno di qualcuno».

Può generare paura.

«Come andrà?».

E, talvolta, può ferire persino la nostra dignità.

«Sono ancora la persona di prima?».

Sono domande che possono emergere quando ci troviamo improvvisamente a fare i conti con limiti che non avevamo previsto o che, fino a poco tempo prima, sembravano lontani.

Nel mio caso, il dolore fisico ha modificato concretamente le giornate. Ci sono momenti in cui stare seduto è difficile, il riposo non è quello che vorrei e persino le attività più semplici richiedono un’organizzazione diversa.

La malattia restringe lo spazio delle possibilità.

E quando questo accade, è facile misurare ciò che siamo diventati soltanto attraverso ciò che non riusciamo più a fare.

Ma forse dobbiamo fermarci un momento.

Io non sono la mia malattia.

La malattia è qualcosa che mi accade. Può limitarmi, chiedermi pazienza e modificare profondamente la mia vita. Ma non esaurisce ciò che sono.

Rimangono la mia capacità di pensare, di amare, di scegliere, di ascoltare, di ricordare e di meravigliarmi.

Rimane la curiosità.

Rimane il desiderio di imparare.

Rimane la possibilità di dare qualcosa a qualcuno, anche quando non posso farlo nei modi ai quali ero abituato.

E allora forse la domanda non deve essere soltanto:

«Come posso tornare a essere quello di prima?».

Potrei cominciare a chiedermi:

«Come posso vivere pienamente quello che sono oggi?»

Non è una domanda di resa.

È una domanda di libertà.

Perché non sempre possiamo recuperare immediatamente ciò che abbiamo perduto, ma possiamo provare a non ridurre tutta la nostra identità a quella perdita.

La medicina deve fare il suo lavoro. Io devo seguire il percorso che mi viene indicato, rispettare i miei limiti e cercare di recuperare, per quanto possibile, la salute.

Ma, nel frattempo, posso anche interrogarmi su come vivere questo tempo.

Non voglio che la malattia diventi l’unica cosa di cui sono capace di parlare, di pensare o di occuparmi.

Vorrei continuare a essere molto altro, come sono sempre stato.

La solitudine ha più di un volto

E poi viene la solitudine.

Anche qui, credo sia necessario distinguere.

C’è una solitudine scelta, che può diventare silenzio, riflessione, persino nutrimento. Ci sono momenti in cui stare da soli è una necessità: permette di leggere, studiare, scrivere, rimettere ordine nei pensieri e recuperare un rapporto più autentico con se stessi.

Non sempre la solitudine è un nemico.

Ma c’è anche una solitudine subita.

È quella in cui vorresti condividere qualcosa e non trovi nessuno con cui farlo. Quella in cui avresti bisogno di una parola, di una presenza, di un gesto che ti faccia sentire considerato.

Quella fa male.

E forse fa ancora più male quando siamo abituati a essere noi a offrire ascolto, a sostenere, a consolare.

Mi capita di riflettere su questo aspetto anche alla luce delle mie relazioni. Posso essere disponibile verso gli altri, accogliere, ascoltare i loro problemi e cercare di aiutarli. Ma quando sono io ad avere bisogno, non sempre trovo ciò che speravo.

Non lo scrivo per accusare qualcuno.

Le relazioni sono complesse. Ogni persona ha la propria storia, le proprie difficoltà e i propri limiti.

Ma non posso nemmeno fingere che il bisogno di essere ascoltato non esista.

Anche chi sostiene gli altri ha bisogno, qualche volta, di essere sostenuto.

E allora mi domando: fino a che punto possiamo continuare a dare senza riconoscere che anche noi abbiamo bisogno di ricevere?

Quanto è difficile chiedere aiuto quando siamo abituati a cavarcela da soli?

E quante volte la nostra disponibilità diventa un modo per non guardare alle nostre necessità?

Sono domande che si collegano direttamente alle riflessioni dei primi tre diari. Avevo cominciato interrogandomi sul carico che mi ero assunto, avevo poi cercato di ascoltare il corpo e, successivamente, di comprendere le diverse forme del dolore.

Ora mi accorgo che anche la solitudine fa parte di questo percorso.

Non riguarda soltanto la presenza o l’assenza di qualcuno. Riguarda anche il rapporto che abbiamo con noi stessi e il modo in cui interpretiamo ciò che ci accade.

Perché sentirsi soli non significa essere senza valore.

Eppure, nei momenti di maggiore vulnerabilità, la mente può trasformare una condizione in una sentenza.

«Sono solo» diventa:

«Sono destinato a essere solo».

Ma sono due cose completamente diverse.

La prima descrive un’esperienza, per quanto dolorosa.

La seconda pretende di stabilire il nostro futuro.

E il futuro, per quanto ci riguarda, non è ancora scritto.

Il fine settimana e il tramonto

Ho notato che la solitudine può diventare più intensa nei fine settimana e, soprattutto, verso sera.

Perché?

Durante il giorno ci sono impegni, attività, telefonate, incombenze. Anche quando siamo soli, qualcosa occupa la nostra attenzione.

Poi la giornata rallenta.

Le persone rientrano nelle loro case. Le attività si concludono. Il rumore diminuisce e il silenzio diventa più evidente.

Ciò che durante il giorno riuscivamo a tenere a distanza torna a farsi sentire.

Il fine settimana può accentuare questa sensazione perché sembra che il mondo intero stia vivendo qualcosa da cui noi siamo esclusi.

Gli altri escono, si incontrano, condividono esperienze. Noi, magari, siamo costretti a rimanere in casa, limitati dalla malattia o semplicemente senza qualcuno con cui trascorrere qualche ora.

E il pensiero comincia a lavorare.

Non sempre in modo benevolo.

Il tramonto, poi, ha una sua particolare forza simbolica.

È bellissimo, ma può ricordarci che qualcosa sta finendo. La luce diminuisce, la giornata si conclude, la casa si fa più silenziosa.

Se siamo già vulnerabili, possiamo arrivare a leggere quel momento come una metafora della nostra stessa vita.

Il giorno che finisce diventa il tempo che passa.

Il silenzio della sera diventa il timore di un futuro più vuoto.

E la solitudine di oggi sembra trasformarsi nella solitudine di domani.

Ma è davvero così?

O è la nostra mente che, partendo da un’esperienza presente, costruisce una previsione che non possiamo ancora conoscere?

Forse dobbiamo imparare a distinguere ciò che stiamo vivendo da ciò che temiamo di vivere.

Il tramonto non è la fine della vita.

È la fine di un giorno.

E domani, se ci sarà un’altra alba, ci sarà anche un’altra possibilità.

Non necessariamente una grande possibilità.

Magari una telefonata.

Una passeggiata, se il corpo lo consentirà.

Un caffè.

Un libro.

Una persona da ascoltare.

Una cosa nuova da imparare.

Un gesto gentile.

A volte immaginiamo che per cambiare una giornata servano grandi eventi, nuove relazioni o trasformazioni radicali.

Ma la vita, soprattutto quando abbiamo attraversato molto, può diventare più piccola nelle dimensioni e più grande nel significato.

Forse dobbiamo imparare a riconoscere anche questo.

A settantacinque anni: umiltà e perseveranza

C’è una frase che continua a tornarmi in mente: «anche se ho settantacinque anni».

Mi fermo su quel «anche se».

Perché dovrei considerare l’età un ostacolo da giustificare?

Ho settantacinque anni.

È la mia posizione attuale nella vita, il punto dal quale guardo ciò che mi accade, con la storia che porto con me e con tutto quello che ancora desidero comprendere.

Non devo dimostrare di essere giovane.

Non devo vincere contro il tempo.

Non devo fingere di non avere paura.

Posso riconoscere le mie fragilità senza trasformarle in una sconfitta.

E qui entrano in gioco due parole che considero preziose: umiltà e perseveranza.

L’umiltà potrebbe significare riconoscere:

«Non posso controllare tutto. Alcune cose mi fanno paura. Alcune perdite mi fanno male. Ho ancora delle fragilità».

Non è una dichiarazione di debolezza.

È il riconoscimento di una realtà.

La perseveranza, invece, potrebbe rispondere:

«E tuttavia, oggi, faccio un passo».

Non dieci.

Uno.

Domani, se sarà possibile, un altro.

Non si tratta di ostinarsi contro la vita, né di pretendere da se stessi prestazioni che il corpo non consente.

Si tratta di continuare a esserci, anche quando il percorso non è quello che avevamo immaginato.

Ho sempre trovato nello studio, nella scrittura, nella musica, nell’arte, nell’attività fisica e nella cura di me stesso strumenti importanti per mantenere una direzione.

Ora devo imparare a utilizzarli in modo diverso, rispettando la situazione presente.

La perseveranza non può diventare un altro carico da aggiungere a quelli che già porto.

Non devo trasformare ogni giornata in una prova da superare.

Posso anche riposare.

Posso chiedere aiuto.

Posso riconoscere che oggi riesco a fare meno di ieri, senza concludere che valgo meno di ieri.

Forse questa è una forma più profonda di coraggio: non quello di chi pretende di essere invulnerabile, ma quello di chi accetta la propria condizione e cerca comunque una strada.

Cominciare dal prossimo tramonto

Vorrei provare a rendere queste riflessioni qualcosa di concreto.

Non perché esista una formula capace di eliminare la solitudine o di risolvere il rapporto con la malattia. Sarebbe ingenuo pensarlo.

Ma perché, se non posso controllare tutto ciò che mi accade, posso almeno cercare di comprendere come reagisco.

Quando arriva quel momento in cui la casa diventa più silenziosa e sento crescere la solitudine, potrei provare a non combatterla immediatamente.

Fermarmi.

Respirare.

Riconoscere ciò che sto provando.

E dirmi:

«Questo è un momento difficile. Non è tutta la mia vita. È un momento».

Sembra una frase semplice. Forse persino troppo semplice.

Ma mi ricorda una distinzione importante: ciò che sento adesso è reale, mentre la conclusione che ne traggo sul mio futuro potrebbe non esserlo.

Potrei poi pormi tre domande.

La prima: che cosa sto provando realmente?

Non limitarmi a dire «sto male», ma cercare di capire se si tratta di paura, tristezza, nostalgia, rabbia o bisogno di compagnia.

Dare un nome a ciò che provo non significa eliminarlo, ma forse mi aiuta a comprenderlo.

La seconda: che cosa dipende da me, anche soltanto per il prossimo quarto d’ora?

Non per risolvere tutta la situazione, ma per individuare un piccolo spazio nel quale posso ancora scegliere.

La terza: qual è una piccola cosa che posso fare per andare incontro alla vita, invece di aspettare che sia la vita a venire da me?

Magari una telefonata.

Un messaggio.

Qualche pagina da leggere.

Un pensiero da scrivere.

Un contatto con una persona con cui posso condividere qualcosa di autentico.

Oppure, se il corpo me lo consente, uscire per qualche minuto.

La cosa importante è che il gesto sia possibile, rispettoso dei miei limiti e adatto alla giornata che sto vivendo.

Non voglio trasformare anche questo in un obbligo.

Voglio soltanto ricordarmi che, qualche volta, posso compiere un piccolo passo invece di rimanere in attesa che tutto cambi da solo.

E magari quel passo sarà piccolissimo.

Ma è proprio lì che comincia la perseveranza.

Non nel fare grandi imprese.

Nel non abbandonare se stessi.

Non ho ancora tutte le risposte

Questo Diario 04 nasce da una condizione concreta: la malattia, il dolore, l’immobilità e quei momenti nei quali la solitudine sembra occupare tutto lo spazio disponibile.

Ma, come nei diari precedenti, non voglio limitarmi a raccontare ciò che mi succede.

Voglio provare a comprenderlo.

Il corpo mi ha costretto a rallentare. L’abbandono a relazionarmi con la solitudine. La paura mi ha obbligato a confrontarmi con l’incertezza. La riflessione sul dolore mi ha portato a distinguere ciò che posso cambiare da ciò che devo imparare ad attraversare.

Ora la solitudine mi pone un’altra domanda.

Come posso continuare a vivere pienamente, anche quando non posso vivere come vorrei?

Non ho una risposta definitiva.

So soltanto che non voglio confondere la malattia con la mia identità, la solitudine di un momento con una condanna per il futuro, l’età con la fine delle possibilità.

Voglio continuare a studiare, scrivere, interrogarmi, innamorarmi.

Voglio continuare a cercare relazioni autentiche, senza dimenticare che anch’io ho bisogno di essere ascoltato.

Voglio imparare a riconoscere i miei limiti senza lasciare che siano soltanto loro a definirmi.

E vorrei condividere questo percorso con chi mi legge, perché penso che queste domande non appartengano soltanto a me.

Forse ognuno di noi, prima o poi, deve confrontarsi con una forma di solitudine, con la paura di perdere qualcosa o con il timore che il futuro non sia più quello che aveva immaginato.

Non sempre possiamo cambiare le circostanze.

Ma possiamo provare a non trasformarle in un giudizio definitivo su ciò che siamo e su ciò che ancora possiamo vivere.

Per questo voglio lasciare aperta una domanda.

Non per trovare subito una risposta, ma per continuare a scavare, come faccio sempre quando un pensiero mi coinvolge.

Quando sono solo, soprattutto nel fine settimana o al tramonto, che cosa mi fa più male: l’assenza concreta di qualcuno accanto a me, la paura della malattia oppure il pensiero che il futuro possa diventare sempre più vuoto?

Forse, per comprendere la mia solitudine, devo prima capire quale bisogno si nasconde dentro di essa.

E forse è proprio da lì che posso cominciare a ripartire.


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