01nov2026

Sintesi: Stasera sono scappato dal caos assordante della piazza e mi sono rifugiato nel silenzio della mia libreria. 

Tra gli scaffali mi è venuto incontro il libro perfetto: “Haiku al femminile” (Einaudi, 2026). 
Ne ho divorato metà seduto lì, immobile, scoprendo versi capaci di trasformare la solitudine in una forza limpida.
«La mia stessa voce
quasi ho dimenticato.
L’inverno, in casa.»
Quando sono uscito la piazza era ormai vuota e fredda. Ho camminato nella notte, senza una meta, con le mani strette attorno alla copertina e la mente piena di una metrica perfetta. Il rumore del mondo si è finalmente spento, lasciando spazio al respiro della poesia.
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Ci sono sere in cui il mondo sembra girare a un volume troppo alto, un ritmo sincopato che non si accorda con i battiti del nostro cuore. 

Stasera la piazza era esattamente così: un labirinto denso e assordante di grida, risate sospese nell’aria fredda e bambini mascherati che rincorrevano la notte di Halloween. Erano solo le sei del pomeriggio, eppure la confusione sembrava aver già saturato ogni centimetro di spazio, togliendo il respiro ai pensieri. In quel frastuono che respingeva, ho cercato l’unico porto sicuro che conosco, l’unico luogo in cui la gravità sembra funzionare in modo diverso: la libreria.

Varcare quella soglia è stato come immergersi sott’acqua, lasciando il rumore della superficie a svanire in un eco lontano. Ho scambiato un saluto complice e silenzioso con le libraie — custodi di quel silenzio sacro — e i miei passi mi hanno guidato, quasi per inerzia o forse per un magnetismo segreto, verso lo scaffale della poesia. 

Chi ama i libri lo sa: non siamo quasi mai noi a scegliere cosa leggere. È il libro giusto che si fa spazio tra gli altri, che ti appare davanti, ti sollecita e ti viene incontro quando ne hai più bisogno. E stasera, il mio salvataggio aveva una copertina precisa: “Haiku al femminile” (Einaudi, 2026).

Mi sono seduto in un angolo, isolato da tutto, e ho iniziato a sfogliarlo. Quella che doveva essere una lettura distratta si è trasformata in un rapimento. Ne ho divorato metà proprio lì, immobile sulla sedia, mentre i minuti scivolavano via. Tra quelle pagine, le voci delle poetesse giapponesi del Novecento si muovono con la grazia di un passo felpato e la potenza di un terremoto interiore. 
Raccontano la fatica del quotidiano, la sacralità dei gesti domestici, la cura minima delle piccole cose. In tre versi soltanto riescono a racchiudere un’immensità che guarisce, trasformando la solitudine in una forza assoluta, limpida. Come in questa composizione che mi si è stretta al petto:
«La mia stessa voce
quasi ho dimenticato.
L’inverno, in casa.»
(Abe Midorijo)
Quando ho richiuso la copertina e sono uscito, la piazza che prima gridava era svanita. Il vuoto aveva preso il posto del caos. Le luci erano ancora accese, ma intorno non c’era più nessuno; la folla si era dissolta, lasciando lo spazio a una solitudine pulita, quasi irreale. 

Ho iniziato a camminare lentamente, vagando senza una meta precisa nella notte oramai fredda. 
Avevo la mano stretta attorno alla copertina fresca del libro e la testa ancora piena di quella metrica perfetta, di quei frammenti di luce. 

Il rumore del mondo si era finalmente spento, e dentro di me restava solo il respiro dei versi.

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