Venezia, 5 ottobre 2026 — ore 2:40

Sintesi 03: In questo terzo diario, la riflessione iniziata con il rapporto tra corpo e carico e proseguita con l’ascolto dei segnali del corpo si allarga al dolore nelle sue diverse forme: fisico, morale, psicologico e spirituale. L’immobilità, i dolori, le relazioni e le aspettative deluse diventano l’occasione per interrogarmi sul significato della sofferenza, sulla paura, sull’ansia e sul rapporto tra ciò che desideriamo e ciò che realmente accade. Non cerco risposte definitive, ma un modo per comprendere ciò che sto vivendo, alleggerire la tensione interiore e condividere con chi mi legge un percorso di riflessione che riguarda, in fondo, tutti noi.

Una notte, il dolore e tante domande

Mi metto a scrivere. La sveglia è suonata ieri alle 3:10, poi il sonno se n’è andato, portato via dai dolori.

Ho ospitato un’altra amica. Continuo a sperare nelle parole e nei gesti di Magdala, ma spesso sono io quello che consola, che ascolta, che cerca di sostenere gli altri.

Sono uscito in campagna con un’altra persona, ma ancora… anzi!

E allora mi domando: il dolore fisico, il dolore morale, il dolore spirituale, il dolore psicologico, l’illusione, la delusione, la paura, l’ansia… ci riflettiamo mai davvero?

Per me, questo lungo periodo di immobilità, disteso sul divano nero — ormai la mia unica consolazione, perché anche stare seduto mi provoca dolori lancinanti — è stato, e continua a essere, il momento di una riflessione che sento giusta e doverosa.

Forse, quando non possiamo più muoverci come vorremmo, siamo costretti a fermarci anche dentro. E ciò che normalmente riusciamo a tenere in disparte torna a presentarsi, chiede attenzione, pretende di essere ascoltato.

È quello che sta succedendo a me.

La premessa: non esiste un solo dolore

Fisicamente ho dolori. Moralmente sono a pezzi. Spiritualmente mi sento distrutto.

L’unico ambito che continua a interrogarsi sul dolore spirituale è, almeno per come lo percepisco, quello della religione: cattolici, buddisti e altre tradizioni cercano da sempre di dare una risposta alle domande più profonde dell’esistenza.

Ma anche l’ambiente che mi circonda sembra a pezzi.

Temiamo le polveri, l’amianto, il cambiamento climatico e, nello stesso tempo, produciamo nanoparticelle di plastica che sono entrate nel nostro corpo. Sprechiamo energia, consumiamo risorse e sembriamo incapaci di trovare un equilibrio tra ciò che facciamo e le conseguenze delle nostre azioni.

È difficile non chiedersi quale sia il senso di tutto questo.

Sono quindi alla ricerca di un «perché» profondo.

Psicologicamente, invece, cerco di tenere botta. Mi aiutano lo studio, la lettura, il pensiero. Ma il mio passato — quello lontano e quello recente — continua a tornare, insieme al futuro, ai desideri e ai sogni.

Tutto ritorna.

E io mi interrogo. Poi provo a rispondermi.

Sì, forse la prima cosa da riconoscere è che il dolore non è uno solo. Cambia volto, cambia intensità, cambia il modo in cui si manifesta, ma spesso ci conduce alla stessa domanda:

“che cosa facciamo di ciò che ci accade quando non possiamo semplicemente evitarlo?“

Il dolore fisico

Il dolore fisico appartiene al corpo. È un segnale, a volte un grido.

Vorremmo eliminarlo, farlo tacere, tornare alla vita di prima. È comprensibile: quando il dolore limita i movimenti, impedisce di stare seduti, interrompe il sonno e modifica le nostre abitudini, diventa difficile pensare ad altro.

Eppure, talvolta, proprio il dolore ci costringe ad ascoltare il corpo e a riconoscerne i limiti.

È ciò che sto vivendo in questi giorni.

Il corpo mi impone una pausa che non avrei scelto, mi sottrae una parte della mia autonomia e mi obbliga a fare i conti con una realtà che non posso risolvere semplicemente ragionandoci sopra.

Questo non significa che il dolore sia necessario o che debba essere idealizzato. Significa, piuttosto, che quando arriva e non possiamo eliminarlo immediatamente, dobbiamo anche trovare il modo di attraversarlo.

E forse imparare qualcosa da ciò che ci sta accadendo.

Il dolore morale e quello psicologico

Il dolore morale nasce quando qualcosa urta ciò che riteniamo giusto: un’ingiustizia subita o commessa, un tradimento, un senso di colpa, il rimorso.

È il dolore della coscienza.

Non riguarda soltanto ciò che ci è stato fatto, ma anche ciò che avremmo voluto fare, ciò che non siamo riusciti a fare e ciò che, ripensandoci, avremmo forse dovuto affrontare diversamente.

Il dolore psicologico, invece, può essere più sfuggente.

Non sempre ha una causa facilmente identificabile. Può nascere da una ferita antica, da un lutto, da un rifiuto, dalla solitudine o dal sentirsi inadeguati.

E proprio perché invisibile, a volte è anche quello che gli altri comprendono meno.

Possiamo apparire razionali, disponibili, persino forti, mentre dentro di noi qualcosa si consuma.

Possiamo continuare a sostenere gli altri anche quando avremmo bisogno di essere sostenuti noi.

Ed è una contraddizione sulla quale, in questo periodo, mi trovo a riflettere spesso.

Perché aiutare gli altri è importante, ma fino a che punto possiamo farlo senza ascoltare anche le nostre necessità?

Dove finisce la disponibilità e dove comincia il rischio di dimenticarci di noi stessi?

Sono domande che non riguardano soltanto me. Credo che molti, almeno una volta nella vita, si siano trovati in questa situazione.

Il dolore spirituale: quando viene meno il significato

Il dolore spirituale può essere ancora più profondo.

Arriva quando viene meno un significato, quando ciò in cui credevamo non riesce più a sostenerci, quando ci chiediamo: perché? Per che cosa vale la pena vivere? Dove posso trovare un senso a tutto questo?

Non è necessariamente una questione religiosa.

Può riguardare il rapporto con noi stessi, con gli altri, con la società e con il mondo che abbiamo contribuito a costruire.

Possiamo avere conoscenze, esperienze, relazioni e progetti, eppure trovarci improvvisamente a domandare a noi stessi quale sia il filo che tiene insieme tutto questo.

Forse è proprio ciò che mi sta succedendo.

Lo studio mi aiuta a tenere viva la mente. La scrittura mi permette di mettere ordine nei pensieri. Ma non sempre la razionalità riesce a rispondere alle domande più profonde.

Ci sono momenti nei quali capire non basta.

Occorre anche trovare un modo per stare dentro ciò che non comprendiamo.

E questo, per una persona abituata a studiare, analizzare, organizzare e cercare risposte, non è affatto semplice.

L’illusione e la delusione

E poi ci sono l’illusione e la delusione.

L’illusione non è necessariamente qualcosa di negativo. Abbiamo bisogno di immaginare, sperare, proiettarci nel futuro. Senza desideri e senza sogni, la vita rischierebbe di perdere una parte importante della propria spinta.

Il problema nasce quando confondiamo ciò che desideriamo con ciò che è.

Quando trasformiamo una speranza in una certezza, un gesto in una promessa, un’aspettativa in qualcosa che consideriamo già acquisito, costruiamo una realtà fragile.

Una realtà che esiste, almeno in parte, nella nostra mente.

La delusione arriva quando la realtà presenta il conto.

E fa male non soltanto perché perdiamo qualcosa, ma perché perdiamo anche l’immagine che avevamo costruito di quella cosa, di una persona, di noi stessi o del futuro.

Forse è questo uno degli aspetti più difficili da accettare: non soffriamo soltanto per ciò che accade, ma anche per la distanza tra ciò che accade e ciò che avremmo voluto accadesse.

E allora mi chiedo:

“quanta parte della nostra sofferenza nasce dalla realtà e quanta, invece, dalle aspettative che abbiamo costruito intorno a essa?”

Non ho una risposta definitiva.

Ma credo che la domanda meriti attenzione.

La paura e l’ansia

Arriviamo alla paura.

La paura guarda verso una minaccia.

L’ansia, spesso, guarda verso una minaccia che potrebbe esserci.

La paura dice: «Sta accadendo qualcosa».

L’ansia può dire: «E se accadesse?».

La differenza sembra semplice, ma le conseguenze possono essere profonde.

La mente può cominciare a vivere nel futuro, soffrendo oggi per qualcosa che forse domani non accadrà mai.

Costruiamo scenari, anticipiamo risposte, immaginiamo conseguenze. Cerchiamo di prepararci a ogni possibilità, quasi che pensare abbastanza possa metterci al riparo da ciò che non conosciamo.

Ma non sempre funziona.

Anzi, talvolta più cerchiamo di controllare il futuro, più finiamo per perdere il contatto con il presente.

Lo sto sperimentando personalmente, anche alla luce degli accertamenti medici e dell’incertezza che li accompagna.

Non voglio anticipare ciò che ancora non conosco. Eppure, so quanto sia difficile impedire alla mente di procedere per ipotesi.

Riconoscere questo meccanismo non significa eliminarlo. Ma può essere un primo passo per non lasciarsene dominare completamente.

La lotta contro la realtà

C’è un punto che trovo particolarmente importante e che vorrei approfondire:

tutte queste esperienze possono trasformarsi in una lotta contro la realtà.

Non voglio provare dolore.

Non voglio avere paura.

Non voglio essere deluso.

Non voglio perdere.

Non voglio che le cose siano diverse da come le avevo immaginate.

È comprensibile.

Chi vorrebbe soffrire? Chi vorrebbe rinunciare a una speranza, affrontare una perdita o accettare una situazione che non aveva scelto?

Eppure, forse una parte della sofferenza nasce proprio da questo secondo dolore: non soltanto dal dolore che proviamo, ma anche dal rifiuto di provare quel dolore.

Soffriamo per ciò che ci accade e, contemporaneamente, soffriamo perché non riusciamo ad accettare che ci stia accadendo.

È come se aggiungessimo un peso a un peso.

Questo non significa rassegnarsi. E nemmeno glorificare la sofferenza, come se fosse di per sé capace di renderci migliori.

Significa imparare, lentamente, a distinguere tre cose:

  • ciò che posso cambiare;
  • ciò che posso attraversare;
  • ciò che devo accettare perché non dipende da me.

Non sempre la distinzione è facile. A volte le tre dimensioni si sovrappongono e non sappiamo da dove cominciare.

Ma forse è proprio qui che possiamo recuperare una parte della nostra libertà: non nel decidere tutto ciò che ci accade, ma nel cercare di comprendere come rispondere a ciò che non possiamo controllare.

Il dolore può diventare una porta?

Forse la maturità non consiste nell’arrivare a una vita senza dolore.

Forse consiste nel diventare abbastanza profondi da non lasciare che il dolore sia l’unica cosa che definisce la nostra vita.

È una differenza importante.

Il dolore può occupare tutto il nostro spazio mentale, modificare il modo in cui vediamo noi stessi e gli altri, restringere il nostro orizzonte fino a farci credere che non esista altro.

Ma noi siamo anche la nostra storia, le nostre relazioni, le nostre curiosità, i nostri desideri e la capacità di continuare a porci domande.

Siamo anche ciò che riusciamo a costruire, nonostante le difficoltà.

E allora la domanda diventa molto più interessante:

Il dolore è soltanto qualcosa da eliminare, oppure può diventare anche una porta attraverso cui comprendiamo meglio noi stessi, gli altri e la vita?

Non ho la pretesa di rispondere in modo definitivo.

Vorrei, piuttosto, rifletterci insieme, anche andando molto più a fondo: dolore, sofferenza, paura, attaccamento, perdita e significato. Uno alla volta, quasi come un piccolo percorso filosofico.

Vorrei poterlo fare.

Penso di poterci riuscire, almeno per me stesso. Dovrei farlo anche per scaricare questa tensione interna, per dare una forma ai pensieri che ritornano e per provare a comprendere ciò che sto vivendo.

Ma c’è anche un’altra ragione.

So che queste riflessioni possono essere utili alla persona che mi legge e che, insieme a me, si ferma a pensare.

Forse non troveremo risposte a tutte le domande.

Forse alcune resteranno aperte.

Ma possiamo provare a guardarle senza fretta, senza la pretesa di risolvere tutto e senza dover fingere di avere sempre una risposta.

Per ora, comincio da qui.

Da una notte senza sonno, da un corpo che mi costringe a fermarmi, da una mente che continua a interrogarsi e da una domanda che sento sempre più necessaria:

come possiamo imparare a vivere ciò che ci accade, senza permettere che sia soltanto il dolore a raccontare chi siamo?


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *